La Cgil va a congresso in un contesto di profonda crisi economica che, nonostante governo e Confindustria si ostinino a definire superato, continuerà ad abbattersi pesantemente su tutto il mondo del lavoro nel corso dei prossimi anni.
Le conseguenze della crisi sulle condizioni dei lavoratori sono sotto gli occhi di tutti: basti pensare all’enorme aumento della cassa integrazione che sta divenendo l’anticamera di massicci licenziamenti e di consistenti espulsioni dal mondo del lavoro. E’ facile riconoscere, in questi mesi, i classici meccanismi che il capitalismo mette in atto per superare le cause che provocano le sue crisi, al fine di arginare la caduta del tasso di profitto e far pagare la crisi ai lavoratori: distruzione di beni capitale (chiusura di aziende); ricorso massiccio ai licenziamenti (compresi i lavoratori ad alta qualificazione); ricorso crescente a tutti gli espedienti giuridici che precarizzano ulteriormente il rapporto di lavoro; dislocazioni arbitrarie delle imprese; trasferimento di lavorazioni in paesi in cui i salari sono inferiori all’Italia; tentativo di reintrodurre le gabbie salariali; ricorso continuo all’intervento dello Stato (in barba a tutti i miraggi delle teorie neoliberistiche); utilizzo della corruzione politica e dei vecchi sistemi delle tangenti per assicurarsi commesse e appalti ecc.
Ma il governo Berlusconi opera su terreni già tracciati dal governo Prodi in tema di taglio alla spesa pubblica, controriforme di scuola e università, privatizzazioni, incentivi alle imprese, licenziamenti dei lavoratori precari ecc, a dimostrazione che la borghesia, nel quadro di crisi attuale del capitalismo, richiede le stesse soluzioni ai governi di centrodestra e di centrosinistra.
Gli attacchi che dal governo e dal Parlamento vengono condotti contro i diritti democratici dei lavoratori e delle lavoratrici - dalla limitazione del diritto di sciopero all'inasprimento delle leggi che regolano lo sfruttamento della manodopera immigrata - confermano che il padronato intende utilizzare sino in fondo la situazione eccezionale che si è venuta a creare in Italia, vale a dire la scomparsa istituzionale della sinistra (o di una sinistra dotata di un seguito di massa) e l’assenza di una qualsiasi opposizione parlamentare. Ciò sta favorendo l’adozione di misure legislative che colpiscono i diritti democratici nel mondo del lavoro, ma che sono di natura autoritaria per l’insieme della società.
In questo quadro gravissimo la risposta della Cgil risulta inadeguata. A fronte dell’attacco padronale e governativo – che ha definitivamente fatto piazza pulita di tutte le principali conquiste ottenute con le lotte degli anni ’60 e primi anni ’70 - la Cgil ha risposto con una riduzione delle mobilitazioni. E quando ha chiamato alla lotta lo ha fatto con la solita routine di scioperi puramente dimostrativi, mai protratti al di là di una o mezza giornata di astensione dal lavoro, senza mai dichiarare la volontà irrinunciabile a non sospendere la lotta fino al conseguimento di un qualche obiettivo, sia pur minimo. Scioperi vuoti di contenuti e di radicalità, che pesano sulle tasche dei lavoratori ma non hanno finora portato ad alcun risultato concreto. Questo metodo di lotta crea alla lunga frustrazione e stanchezza nel mondo del lavoro, ma può rivelarsi utile per riconquistare un ruolo egemone al tavolo della concertazione, dove sono già insediate Cisl e Uil come veri propri vassalli del governo e dell’imperialismo italiano.
L’accordo quadro del 22 gennaio 2009 sulla riforma degli assetti contrattuali, le norme applicative del 15 aprile per il settore privato e quelle, forse peggiori, del 30 aprile per il settore pubblico, hanno dato il colpo di grazia alla contrattazione nazionale e al ruolo del sindacato. Con questo accordo, Cisl e Uil hanno disegnato i contorni politico-organizzativi del nuovo modello di sindacato corporativo e cogestore della crisi a fianco del capitale, contribuendo alla subordinazione dei diritti dei lavoratori alle compatibilità imposte dal sistema e dalla crisi del sistema: in cambio ottengono dal governo la possibilità di controllare insieme al padronato - attraverso lo strumento degli enti bilaterali – la gestione di elementi importanti del cosiddetto “stato sociale” e di lì ricaveranno le risorse economiche indispensabili per mantenere e impinguare il loro parassitario apparato burocratico.
Si tratta di una sconfitta dei lavoratori di grande portata che, se non si reagisce in tempo, potrebbe diventare storica. Ciò è stato possibile anche grazie alle politiche di Cgil, Cisl e Uil che per più di un trentennio hanno fatto perdere ai lavoratori e alle lavoratrici le principali conquiste delle lotte degli anni ’60, primi anni ‘70: dalla “svolta” dell’Eur (dove si cominciò ad annientare il sistema contrattuale rivendicativo) all’eliminazione della scala mobile nel ’92; dalla stagione della concertazione - accordo del 23 luglio ’93 - con l’introduzione dell’inflazione programmata per il recupero salariale, alla subordinazione della contrattazione aziendale agli obiettivi di impresa; dal riassorbimento dei sistema dei consigli dei delegati, alla burocratizzazione verticale degli apparati sindacali; alla succube accettazione delle politiche governative sia con governi di centrosinistra sia di centrodestra.
Malgrado la scelta politica compiuta dal gruppo dirigente di maggioranza della Cgil di non firmare l’accordo capestro, l’opposizione al nuovo modello contrattuale non risulta credibile perché al fondo, continua a sostenere la subordinazione del salario alla produttività e alla redditività dell’impresa oltre che la triennalizzazione dei contratti, voluta da governo e Confindustria.
La Cgil che si presenta al congresso è un sindacato (il principale sindacato) che non approva, ma non rompe: non rompe con il governo e con i padroni sperando di riconquistare la “concertazione”; non rompe con Cisl e Uil per assecondare il gruppo dirigente del Partito democratico che auspica una ricomposizione dei tre sindacati, anche in vista del suo prossimo congresso. All’accordo separato doveva essere contrapposta una piattaforma alternativa e di lotta finalizzata a unificare il disperso mondo del lavoro aprendo, a questo fine, una discussione politica a tutto campo tra i lavoratori e le lavoratrici, tra iscritti o non iscritti, tra i membri del sindacalismo cosiddetto di “base” e i tanti collettivi operai che sorgono spontaneamente là dove lottano le comunità locali, tra occupati o disoccupati, tra chi ha la cittadinanza o gli immigrati che non ce l’hanno (ma vengono ugualmente sfruttati). E invece sta avvenendo il contrario: la Cgil ha indetto un referendum (che ha vinto ampiamente) contro la riforma del modello contrattuale, ma non ha voluto organizzare una mobilitazione di massa contro l’accordo quadro. Ha invece lasciato le singole categorie svincolate nel rinnovo dei contratti, così come è emerso dalle indicazioni del direttivo nazionale del 21-22 Aprile. Insomma, un’opposizione che si riduce semplicemente a non citare formalmente l’accordo, recependolo poi nella sostanza, così come è avvenuto e sta avvenendo per alcuni contratti firmati negli ultimi tempi. Il momento buono, subito dopo la conclusione del referendum, è stato lasciato passare e non si vede nessuna volontà di recuperare il tempo perduto. Anzi, si è manifestata un’apertura verso il “contratto unico” che sancirebbe definitivamente la precarietà del lavoro come strutturale (flessibilità) e seppellirebbe definitivamente l’articolo 18.
Per una svolta politica e organizzativa
Davanti all’evidente fallimento della politica concertativa del sindacato e davanti al completo fallimento politico della collaborazione governativa dei partiti della sinistra italiana, emerge l’assoluto bisogno di imprimere un cambiamento radicale nella Cgil, sia della sua linea politica (rompendo veramente e fino in fondo con la concertazione), sia del suo assetto organizzativo fortemente burocratico.
Rompere definitivamente con la concertazione significa invertire la rotta rispetto alle politiche di collaborazione di classe portate avanti da Cgil, Cisl e Uil e abbandonare il ruolo di “pacificatore” sociale che la Cgil ha svolto e sta svolgendo attraverso la sua subordinazione alle compatibilità di politica economica dei governi e alle esigenze del padronato, essere in definitiva, indipendente da tutti i governi e dai partiti che li sostengono. Esiste un nesso inscindibile tra questo ruolo assunto dal sindacato e il costituirsi di una burocrazia riformista che si produce e si rafforza sia attraverso la funzione di mediazione nel processo di vendita della forza lavoro, sia attraverso i legami profondi che stabilisce con la borghesia e il padronato tramite le organizzazioni riformiste del movimento operaio. Infatti tra la burocrazia dell’apparato e la disponibilità concertativa dei programmi sindacali si è sviluppato un rapporto sinergico, in cui la massa dei funzionari rappresenta l’asse fondante del conservatorismo all’interno della Cgil, interessata a difendere con le unghie e coi denti i propri privilegi di apparato e poco più.
Tra le conseguenze di tali politiche, combinate alla riproduzione dell’apparato burocratico attraverso i canali del conformismo e della cooptazione, è la perdita del rapporto diretto con i lavoratori (iscritti o non iscritti, che lottino o non lottino). La partecipazione degli iscritti di base alla vita del sindacato è stata praticamente azzerata; in questi anni, infatti, i lavoratori sono stati espropriati non solo della facoltà di assumere decisioni sulle piattaforme rivendicative, ma anche di poter esprimere ed esercitare un minimo di controllo sulla selezione dei gruppi dirigenti, le scelte di linea rivendicativa sono calate sulla testa dei lavoratori e i funzionari che le vanno a proporre nelle assemblee non godono ormai di alcun prestigio davanti alla massa di chi deve sudare e lottare per portare a casa il proprio salario.
La Rete 28 Aprile, se vuole veramente rappresentare una alternativa all’interno del panorama politico sindacale del nostro paese, deve farsi portatrice, nell’ambito di una piattaforma politica anticoncertativa, di una proposta antiburocratica e di reale democrazia nel sindacato. Le ricette politiche da adottare sono essenzialmente quelle formulate dall’esperienza storica del movimento operaio rivoluzionario: lotta ai privilegi materiali (adottando a questo fine l’equiparazione della paga per i funzionari di ogni livello alla retribuzione di un operaio specializzato); controllo dei lavoratori sull’operato dei gruppi dirigenti; adozione della regola dell’eleggibilità e revocabilità degli eletti a tutti i livelli; imposizione della democrazia operaia, superando le Rsu che non rispondono più ai nuovi compiti di lotta dei lavoratori con la costruzione di organismi analoghi ai consigli di fabbrica; rotazione delle cariche e dei funzionari sindacali in modo che i consigli possano esercitare un controllo reale sui propri rappresentanti, determinando in tal modo una crescita quantitativa e qualitativa dei lavoratori che non saranno più funzionari di professione a vita, ma quadri sindacali coscienti e preparati che si alterneranno tra la lotta nei posti di lavoro e lo specializzarsi in quadri dirigenti come funzionari pro tempore.
Ovviamente, su questa tema, bisogna elaborare nella Cgil, una proposta complessiva che tenga conto delle oggettive diversità presenti nei vari settori del mondo del lavoro e che sia basata sulla struttura organizzativa di democrazia diretta, propria dell’esperienza storica dei consigli. A partire dal prossimo congresso, e nel documento alternativo della Rete 28 Aprile, la questione della lotta antiburocratica deve essere un punto centrale della piattaforma.
La Rete 28 Aprile per un diverso modo di condurre la lotta sindacale
Altra questione di fondamentale importanza e sulla quale vi è la necessità di imprimere una svolta politica significativa, è la questione della metodologia con cui si conduce lotta sindacale.
In questi anni la direzione burocratica della Cgil ha utilizzato la lotta sindacale per fini non consoni al conseguimento di obbiettivi per i quali le lotte venivano convocate. Ciò ha determinato tra i lavoratori una pericolosa demoralizzazione dovuta al non-raggiungimento dei risultati malgrado il loro partecipare agli scioperi e manifestazioni.
Ciò è avvenuto perché lo scopo delle lotte era di dominare la scena mediatica o riconquistare la concertazione. Gli scioperi a singhiozzo totalmente incapaci di strappare conquiste sociali ai governi della borghesia (di destra o di “sinistra”), hanno prodotto un ulteriore scollamento tra i lavoratori e l’apparato burocratico; ma, cosa ancora più grave, stanno determinando una perdita di credibilità dei lavoratori, nei confronti dello strumento dello sciopero. Senza più fiducia nell’arma dello sciopero il lavoratore è veramente disarmato. Questa non è previsione per il futuro, ma storia reale e attuale.
Dallo scorso autunno- inverno, di fronte al manifestarsi della crisi e ai provvedimenti di governo e Confindustria, le potenzialità di lotta espresse nelle insufficienti mobilitazioni generali o di categoria (non è stato proclamato uno sciopero generale) messe in campo dalla Cgil sono state vanificate perché ingabbiate dalla piattaforma riformista che la Cgil ha proposto e che prevedeva un’uscita dalla crisi attraverso un compromesso sociale dal quale i lavoratori hanno tutto da perdere. Ma gli effetti della crisi si stanno abbattendo sui lavoratori, ormai da più di un anno e inesorabilmente e per molto tempo ne pagheremo le conseguenze in termini di disoccupazione, aumento dello sfruttamento, perdita di diritti. E anche se oggi la classe operaia è più frammentata e precaria, la crisi capitalistica apre nuovi scenari di lotta come dimostrano, a livello internazionale le mobilitazioni che si sono manifestate in Francia, Grecia, Portogallo, e, in Italia, le grosse mobilitazioni nella scuola-università, le numerose forme di resistenza in importanti fabbriche, fino alle forme di lotta ad oltranza con occupazioni di lunga durata come è avvenuto al’Innse di Milano. Si può prevedere dunque un acutizzarsi delle lotte a cominciare dal prossimo autunno e, di fronte a questo è necessario che il sindacato si ponga come soggetto di innesco e di unificazione. A questo fine è anche compito della Rete sollecitare un’interlocuzione e un’unità di lotta nel prossimo autunno con il sindacalismo di base, nel più generale obiettivo della costruzione di un sindacato di classe che ancora non c’è.
Non si può più accettare la proclamazione di scioperi a singhiozzo di una giornata una tantum, mezza giornata, un’ora o mezz’ora o la convocazione di manifestazioni oceaniche al Circo massimo per esprimere un generico dissenso contro le politiche dei governi reazionari, per poi il giorno dopo, continuare nelle aziende o nelle vari categorie ad accettare supinamente i processi di ristrutturazione imposti dal governo e dal padronato.
In qualsiasi vertenza che sia essa di fabbrica, di livello territoriale, nazionale o generale, l’obbiettivo del sindacato, ogni volta che si apre il conflitto con la controparte, deve essere di portare a casa un qualche risultato tangibile per i lavoratori. Ciò può avvenire solo con la proclamazione di scioperi a oltranza che terminano solo quando è il padrone che cede. Un tempo si diceva: “Resistere un minuto più del padrone”. Certo, uno sciopero (generale?) a oltranza non è uno scherzo. Va preparato, va gestito con forte partecipazione dal basso e si deve sapere fin dall’inizio che si potrà arrivare a uno scontro generalizzato con l’intero padronato, governo e sistema dei partiti (compresi quelli della “sinistra radicale”). E’ una scelta dura e che richiede determinazione da parte dei lavoratori e dei loro rappresentanti. Alternative comunque non ce ne sono e persistere con gli scioperi puramente dimostrativi, non farà altro che aggravare la situazione.
A tale riguardo, nel documento congressuale bisognerà affermare con chiarezza che sulla modalità della lotta sindacale ci possiamo ispirare al movimento francese che con la pratica degli scioperi ad oltranza, in questi anni ha conseguito risultati difensivi importanti bloccando le controriforme del mercato del lavoro da parte di governi reazionari che nel nostro paese invece, sono avvenute con il pieno sostegno delle burocrazie sindacali. Altre esperienze di scioperi a oltranza si possono trovare in altri paesi del mondo (per es. negli Usa) e senza andare troppo indietro nel tempo.
La necessità di un autonomo documento della Rete 28 Aprile al Congresso
Di fronte all’abbandono della pratica conflittuale a favore della concertazione, la Cgil ha assunto il ruolo di pacificatore sociale (in special modo con i governi “amici”), ha riconosciuto e favorito le esigenze dell’impresa a scapito dei lavoratori e dei loro diritti - tutte cose che hanno acuito la sua burocratizzazione e un drammatico scollamento dalle masse lavoratrici -. Di fronte a tutto questo, fin dal XV congresso sarebbe stato auspicabile presentare un documento alternativo a quello della maggioranza: cosa che avrebbe avuto ricadute positive anche sulla organizzazione dell’area R28A e sulla reale possibilità di una sua espansione.
In questi anni la Rete 28 Aprile ha alternato momenti di radicalità (più a parole che nei fatti) a momenti di subordinazione alla linea della maggioranza, rinunciando alla costruzione reale di un’alternativa strategica da far crescere a partire dai luoghi di lavoro. La strutturazione organizzativa della Rete, d’altra parte, così come si è delineata (tra l’altro tardivamente), non ha risposto alle esigenze di crescita dell’area: il metodo del “consenso” e il rifiuto di porre ai voti le decisioni nei vari coordinamenti, dai locali al gruppo di continuità nazionale, spesso ha paralizzato le iniziative della Rete, o le ha rese meno incisive.
Viceversa è necessario superare modalità consensuali e leaderistiche a favore di un modello organizzativo centrato sulla democrazia diretta con delegati eletti fin dalle strutture di base, con un percorso democratico e su mandato revocabile.
L’attuale fase politica e sociale richiede da subito una serrata battaglia di opposizione nella Cgil. Dalla urgente messa in campo di lotte che contrastino la controriforma del modello contrattuale, che contrastino le espulsioni di fatto dei lavoratori – se pur dilazionate nel tempo dalla cassa integrazione - che definiscano la rottura definitiva con le pratiche filopadronali di Cisl e Uil fin dal livello aziendale, che difendano salari e diritti, se necessario con occupazioni, sabotaggi e forme di lotta ad oltranza, si gioca anche la possibilità di costruire una battaglia congressuale di opposizione in Cgil.
Per questo è necessario che la Rete costruisca, per il prossimo congresso, da subito un proprio documento strategicamente contrapposto a quello di maggioranza, su una propria piattaforma e su rivendicazioni che mirino a unificare i settori di classe in Cgil.
Una proposta congressuale costruita su punti programmatici non mediabili perché portatrice di un’idea di sindacato dei lavoratori e per i lavoratori, democratico, conflittuale e non-concertativo e sulla quale chiedere il consenso dei lavoratori piuttosto che cercare forme di accordo con le burocrazie dirigenti delle varie categorie, destinate inevitabilmente a depotenziarne la forza e l’efficacia.
Contro il massacro sociale imposto dalla crisi, occorre dunque una piattaforma che può essere sostenuta soltanto dalla lotta e occorre un sindacato all’altezza di questo compito.
Sui punti cardine della piattaforma pensiamo che il documento congressuale debba essere estremamente chiaro senza presentare al suo interno nessuna ambiguità politica e che oltre a contenere quanto finora esposto, si concentri almeno su alcuni assi importanti della battaglia sindacale del prossimo autunno: la battaglia per il salario e contro la precarietà del lavoro, che veda come punti centrali la reintroduzione della scala mobile dei salari e l’abolizione di tutte le leggi precarizzanti per la stabilizzazione di tutti i lavoratori precari, la lotta ai fondi pensioni ed a qualsiasi tentativo di usare i soldi dei lavoratori per sanare le perdite derivanti dalla crisi; la battaglia contro le espulsioni dal mondo del lavoro e la chiusura dei siti produttivi che preveda la scala mobile dell’orario di lavoro a parità di salario e, in vista di tale riassorbimento, la garanzia di un salario sociale ai disoccupati; la lotta contro i licenziamenti con occupazione delle fabbriche in crisi; la costruzione in tutte le aziende in lotta di comitati eletti dai lavoratori coordinati a livello provinciale, regionale e nazionale; la battaglia per il diritto dei lavoratori immigrati al permesso di soggiorno e alla cittadinanza senza condizioni, per pari diritti politici e sociali con i lavoratori nativi, contro la recrudescenza delle politiche razziste; la necessità improrogabile di costruire il coordinamento delle lotte a livello internazionale senza il quale qualsiasi battaglia è destinata a naufragare in una situazione di crisi mondiale.
Purtroppo constatiamo che nella Rete 28 Aprile agiscono spinte che vanno nella direzione della costruzione di accordi politici con pezzi di apparati di categorie che in questi anni hanno sostenuto attivamente, nei rinnovi contrattuali, la concertazione sindacale e la subordinazione della politica della Cgil agli interessi politici dei governi borghesi di centrosinistra o di centrodestra.
Alcuni di questi soggetti, che oggi si scoprono critici nei confronti della politica di Epifani, non sono credibili sul piano politico a causa della loro incoerenza dimostrata ampiamente in questi anni. Se oggi sono contro la politica della Cgil ciò è dovuto al fatto che ancora non hanno trovato l’accordo per una loro migliore ricollocazione nell’apparato burocratico della Cgil. Quindi, come Rete 28 Aprile, l’atteggiamento da tenere nei confronti di questi e altri opportunisti, che non mancheranno di manifestarsi nel corso della discussione congressuale, dev’essere intransigente e di un rigore politico ineccepibile. Per quanto riguarda la Fiom, nonostante abbia scelto in sede di rinnovo contrattuale, di presentare una propria piattaforma, rompendo rispetto ai contenuti dell’accordo separato, di fatto utilizza come base di riferimento l’accordo del luglio ‘93 che ha fatto precipitare i salari italiani al livello più basso d’Europa. A questo punto c’è la necessità di fare chiarezza sulla questione, contrastando l’accordo separato, e, se vogliamo essere coerenti fino in fondo, anche l’accordo del luglio ’93, rivendicando aumenti salariali consistenti (oltre a nuove forme di lotta e di rappresentanza sindacale), per aprire la strada ad un’alternativa di classe su tutti i fronti.
agosto 2009